''Robinson Crusoe'' di Daniel Defoe (superiori)

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search
Robinson Crusoe
Titolo originaleThe Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe
Altri titoliLa vita e le avventure di Robinson Crusoe, La vita e le strane avventure di Robinson Crusoe, Le avventure di Robinson Crusoe
Robinson Crusoe and Man Friday Offterdinger.jpg
Venerdì appena salvato da Robinson.
AutoreDaniel Defoe
1ª ed. originale1719
1ª ed. italiana1800
Genereromanzo
Sottogeneredi avventura, moderno
Lingua originaleen
AmbientazioneIlluminismo inglese

Robinson Crusoe, o con il titolo completo La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe), meglio noto come Le avventure di Robinson Crusoe è un romanzo di Daniel Defoe pubblicato il 25 aprile 1719 e considerato il capostipite del moderno romanzo di avventura e, da alcuni critici letterari, del romanzo moderno in generale.

L'Autore[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire questo argomento, consulta la pagina Daniel Defoe (superiori).
Daniel Defoe

Daniel Defoe, (Stoke Newington, 3 aprile 1660 – Moorfields, 24 aprile 1731), è stato uno scrittore e giornalista britannico. Viene frequentemente indicato come il padre del romanzo inglese. Viene ricordato per essere l'autore di Robinson Crusoe.

Defoe nacque in un borgo londinese, Stoke Newington, il 3 aprile 1660. Suo padre, James Foe, era un membro della società dei macellai, ma mercante di candele; Daniel modificò il proprio cognome da "Foe" al più aristocratico "Defoe" intorno al 1703, arrivando in alcune occasioni a dichiarare di essere un discendente della famiglia De Beau Faux.

La famiglia di Defoe era di credo presbiteriano dissenziente; egli fu mandato a scuola all'accademia dissenziente di Stoke Newington, diretta da Charles Morton (in seguito vicepresidente di Harvard); qui non seguì studi classici, ma si dedicò a discipline come l'economia, la geografia e le lingue straniere. Daniel, contro la volontà del padre, scelse di non diventare pastore presbiteriano e di dedicarsi agli affari. In questo ramo ebbe un grande successo, e poté sposare Mary Tuffley, figlia di un ricco mercante, ottenendo tra l'altro una dote di 3.700 sterline. Da Mary ebbe sette figli.

Convinto sostenitore della causa liberale, nel 1685 Defoe si schierò con il Duca di Monmouth (figlio illegittimo, protestante, di Carlo II), che osteggiava il legittimo erede al trono e fratello di Carlo, il cattolico Giacomo II. Nel 1688 prese posizione dalla parte di Guglielmo d'Orange quando questi si scontrò con il suocero Giacomo (che intendeva instaurare una monarchia assoluta e mettere in atto una politica di pulizia religiosa analoga a quella di Luigi XIV in Francia).

Nel 1692, Defoe finì in bancarotta, pagando il suo disastro economico anche con la prigione. Riuscì a risollevare le proprie condizioni finanziarie dando inizio a una serie di attività disparate: una fabbrica di mattoni, un servizio di consulenza per il governo, e qualche pubblicazione come saggista. I saggi di Defoe, di natura politica ed economica, contenevano raccomandazioni destinate a rivelarsi all'avanguardia rispetto ai suoi tempi: suggerivano, tra l'altro, la creazione di una banca centrale (divenuta realtà nel 1694), di un sistema pensionistico, di società di assicurazioni. Defoe propose anche nuove leggi sulla bancarotta.

Dopo la morte di Guglielmo III (1702), Defoe fu arrestato con l'accusa di avere diffamato la Chiesa d'Inghilterra nel suo saggio La via più breve per i dissenzienti (The shortest way with the dissenters). Il libro venne messo al rogo, e Defoe subì prima la gogna e poi nuovamente la prigione, nel carcere di Newgate. Mentre attende in carcere la sentenza, Defoe scrive A Hymn to the Pillory, che circola per tutta Londra: la condanna si trasforma in trionfo, la gogna viene ornata di fiori e scorrono fiumi di birra in onore del condannato. Inno alla Gogna, nel ritmo quasi di ballata, col tono a volte amaro del sarcasmo e a volte violento dell'invettiva, sviluppa un tema caro alle satire di Defoe: la condanna inflitta agli innocenti, l'impunità dei colpevoli, la barbarie del ludibrio della folla. Di questo è simbolo la gogna, "geroglifica macchina di Stato", diabolico congegno, incomprensibile a chi è onesto. Emblema non di giustizia ma del suo contrario. Ignominioso e incivile strumento di tortura, cassa di risonanza e amplificazione della malizia umana che ha solo sete di vendetta e gode del dolore altrui.

Dal momento che venne fatto prigioniero la moglie colse l'occasione per divorziare e tenere al contempo i loro figli, data l'impossibilità per Defoe di allevarli al meglio.

Durante la sua prigionia a Newgate Defoe iniziò anche a scrivere il romanzo Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, considerato la sua prima grande opera letteraria. Nel frattempo aveva perso la fabbrica di mattoni, e per risollevarsi da un nuovo periodo di crisi economica fondò la rivista trisettimanale The Review, destinata a durare dieci anni e ad entrare nella storia del giornalismo inglese. Quasi tutti gli articoli erano scritti dallo stesso Defoe. Pur dichiarandosi indipendente, in realtà aveva un accordo con il primo ministro Robert Harley, che gli aveva promesso l'amnistia.

Fra il 1705 e il 1707 si trasferì in Scozia. Presentandosi come giornalista, in realtà lavorò attivamente con lo scopo di convincere il Parlamento scozzese ad accettare l'Atto di Unione con il Parlamento inglese, stipulato nel 1707. È in questo periodo che egli perde le tracce dei quattro suoi figli ancora in vita, dei quali non ci è dato sapere altro se non che non cercarono un incontro con il padre poiché consci del suo certo rifiuto, data la sua elevata vanità e indipendenza sociale.

Nel 1714, sempre lavorando sotto mentite spoglie per il governo, riuscì a entrare nella redazione di un settimanale giacobita. Scoperto sei anni dopo, si vide costretto a porre fine alla sua attività di giornalista. Nel frattempo aveva continuato a scrivere romanzi; nel 1715 pubblicò The Family Instructor, e nel 1718 quello che sarebbe diventato il suo più celebre romanzo, Robinson Crusoe. Subito dopo, scrisse due romanzi come seguito di Robinson Crusoe: Ulteriori avventure di Robinson Crusoe e Riflessioni serie di Robinson Crusoe. A Robinson Crusoe seguirono numerose opere minori, incluse diverse false autobiografie (di famosi criminali o di altri personaggi pubblici, come nel caso della cortigiana "pentita", Lady Roxana) e una quantità di romanzi (tra gli altri, Memorie di un cavaliere, Il capitano Singleton, Il colonnello Jack e La peste di Londra).

Daniel Defoe morì a Moorfields, nei pressi di Londra, nel 1731.

Oggi riposa nel cimitero di Bunhill Fields, a Londra.

La Trama[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Robinson Crusoe.
Robinson sulla zattera

Robinson Crusoe è figlio di un mercante di Brema (il cui nome originale è Kreutznaer) emigrato in Inghilterra. Nato nel 1632 nella città portuale di York, il padre lo educa severamente alla nuova condizione di rappresentante cadetto della classe media e vuole che in futuro diventi un avvocato; il giovane però, da sempre fortemente appassionato alla vita di mare, decide appena compiuti diciannove anni di andar contro le direttive paterne, fermamente contrarie ai suoi 'istinti di viaggio', e quindi d'imbarcarsi.

In uno dei suoi primi viaggi al largo delle coste del Nord Africa viene fatto prigioniero dai pirati, rimane così schiavo alla loro mercé per ben due anni; riesce infine a fuggire dal porto marocchino di Salé assieme ad altri arabi, tra cui il giovane Xury, costeggiando la costa atlantica africana in direzione sud.

Incontrato un capitano della marina portoghese, dopo avergli consegnato Xury (sotto la promessa di liberarlo dopo 10 anni di servizio e, soprattutto, dopo che il ragazzo si fosse convertito all'unica vera religione, ossia quella cristiana) si fa trasportare fino in Brasile, al di là quindi dell'Oceano Atlantico, dove riesce a prendere la guida di una piantagione di canna da zucchero grazie alle sue peculiari abilità commerciali.

Torna successivamente in mare in direzione della Guinea, con l'intento di catturare degli africani da far schiavi; la nave su cui viaggia però affonda al largo del Venezuela a causa di una terribile tempesta caraibica, finendo per arenarsi su un'isola sconosciuta presso la foce del fiume Orinoco. Robinson, unico sopravvissuto di tutto l'equipaggio, riesce a salvare dei moschetti e diversi pezzi di utili attrezzature dal relitto prima che questo venga completamente distrutto dai forti venti, dalle onde e disperso dalla corrente, trasportandoli con delle zattere che si costruisce di volta in volta, apprestandosi così ad iniziare la propria permanenza sull'isola deserta.

Per prima cosa si costruisce un fortino in cui poter stare al sicuro di notte; comincia a coltivare la terra e a procurarsi i vestiti utilizzando le pelli delle capre selvatiche che paiono pullulare per tutta l'isola; riuscirà più avanti a farle riprodurre e quindi allevarle in gregge. Tra le prime cose che costruisce v'è anche una grande Croce, su cui incide la data del suo arrivo: 30 settembre 1659. A partire da quel momento farà giornalmente una tacca sulla croce a mo' di calendario, così da non perdere la coscienza del tempo che passa.

Su quest'isola rimarrà per ventotto lunghi anni, dodici dei quali passati in assoluta solitudine; tuttavia si adatta facilmente al suo nuovo tipo d'esistenza e riesce a catturare e addestrare per compagnia anche un pappagallo parlante.

Robinson Crusoe decide di annotare in un diario, giorno dopo giorno, tutte le esperienze e avventure da lui vissute: continuerà a scriverlo fino a quando non esaurirà l'inchiostro, nel luglio 1660.

Durante una grave malattia, in cui si vede costretto a letto in preda ad una febbre altissima, ha una visione: un uomo discende da una nuvola nera sopra una grande fiamma e gli ricorda che fino a quel momento la sua vita non è mai stata illuminata dalla luce della fede. Tornato in salute Robinson, che prima d'allora non era mai stato particolarmente religioso, comincia a rafforzare sempre più la sua fede in Dio, ringraziandolo per tutte le cose che riesce a trovare sull'isola. Prende inoltre l'abitudine di leggere ogni mattina almeno una pagina della Sacra Bibbia, unico libro portato con sé.

Dopo dodici anni di isolamento si accorge di non essere solo: un giorno sulla spiaggia scopre infatti un'impronta di un piede più grande del suo e i resti di un banchetto attorno al fuoco. L'isola è, a quanto pare, il luogo in cui i selvaggi portano i prigionieri di guerra per compiere sacrifici umani e atti di cannibalismo; Robinson, fortemente inorridito da tale pratica, un giorno decide di attaccarli per liberare la povera vittima che sta per essere sacrificata. Li uccide tutti e libera il loro prigioniero, che tiene con sé come "suddito" e che ribattezza "Venerdì" (in ossequio al giorno del loro incontro), insegnandogli la lingua inglese e iniziandolo alla fede cristiana attraverso la costante lettura della Bibbia.

Successivamente Robinson salva altre due vittime sacrificali catturate dai cannibali: una è il padre di Venerdì e l'altra uno spagnolo, quest'ultimo informa Robinson che vi sono altri suoi connazionali naufraghi dispersi in tutta l'isola, pertanto il gruppo cerca di escogitare un piano per salvarli. Proprio a quel punto una nave inglese fa ancoraggio al largo dell'isola; l'equipaggio si è ammutinato e ha deciso di abbandonare il capitano e i due marinai rimastigli fedeli sulla spiaggia, apparentemente disabitata. Dopo una feroce battaglia contro gli ammutinati, Robinson e i suoi amici riescono a prendere stabile possesso della nave: termina così un esilio durato più di un quarto di secolo.

La mappa dell'isola, illustrazione dell'edizione del 1720

Il 19 dicembre 1686, Robinson salpa dall'isola e giunge nuovamente a York, in Inghilterra, l'11 giugno dell'anno seguente, dopo ben 35 anni di assenza dall'Europa e dalla sua civiltà. Da lì s'imbarca con Venerdì per Lisbona, dove riesce ad incontrare il capitano portoghese, che gli dà subito un resoconto dettagliato della situazione delle proprie piantagioni in Brasile. Robinson viene a sapere che i suoi genitori e suo fratello sono morti e, con suo sommo stupore, di essere diventato un uomo molto ricco: grazie alle piantagioni, divenute incredibilmente feconde durante la sua assenza, è riuscito a guadagnare ben 600.000 sterline.

Lungo il trasporto delle sue ricchezze via terra, Robinson e il fedele Venerdì affrontano, attraversando i Pirenei, l'ultima grande avventura: combatteranno un branco di feroci lupi affamati.

Vendute in seguito le sue piantagioni, Robinson investe il patrimonio ricavato per sposarsi e mettere su famiglia (avrà tre figli). Nel dicembre 1694, dopo la morte della moglie, si trasferisce sull'isola dove era naufragato, ora abitata dalla pacifica colonia di spagnoli che era rimasta, per assumerne il ruolo di governatore per diverso tempo.

Dopo altre avventure non specificate (forse in un resoconto successivo, come dice il finale), il 10 gennaio 1705, Robinson rimette piede in Inghilterra, dove decide infine di riposarsi e di godersi in pace il resto della sua vita.

Il Brano: "Venerdì" da Robinson Crusoe[modifica]

Wikisource-logo.png

Robinson, dopo aver salvato un indigeno dai cannibali, inizia la convivenza con un altro essere umano. Dopo tante solitudine ha un compagno, un servo con il quale condividere l'asprezza della sua vita, esperienze e avventure.

« Egli era un bel pezzo di giovinotto, gentile d’aspetto, perfettamente ben complesso, di membratura gagliarda e regolare, non troppo tarchiato, alto e di belle proporzioni, dell’età, ai miei conti, di ventisei anni all’incirca. Avea tutte quelle qualità che fanno una buona fisonomia, non feroce o torva, pur virile sembianza e dotata ad un tempo di tutta la grazia e piacevolezza di una faccia europea, massimamente quando ridea. Lunga e nera erane la capellatura, non crespa a guisa di lana; spaziosa ed alta la fronte; vivacissima e scintillante l’acutezza delle sue pupille. Il colore della sua carnagione non era affatto nero, ma bronzino, non per altro di quel bronzino che è piuttosto un gialliccio brutto e schifoso, e che suol essere proprio de’ nativi del Brasile e della Virginia e d’altri popoli dell’America, ma una specie di lucente color d’oliva carico, che aveva in sè stesso non so qual cosa d’aggradevole che non sarebbe sì facile il descrivere. Rotondo e pienotto il volto; naso piccolo, nè schiacciato siccome quello de’ Negri; bocca ben fatta, delicate labbra, bei denti ben ordinati e bianchi come l’avorio.

Poiché egli ebbe sonnecchiato più che dormito per una mezz’ora, abbandonò il suo pagliericcio per venirmi a cercare fuor della caverna; perché io era andato a mungere le capre che, come sa il leggitore, teneva in un chiuso a poca distanza di lì. Scopertomi appena, mi si fece incontro, tornò a gettarsi per terra dinanzi a me, rinnovando i suoi grotteschi gesti, e facendone d’ogni fatta per assicurarmi in tutti i possibili modi della sua gratitudine. Tra l’altre cose stese la faccia per terra rasente un de’ miei piedi e, come avea fatto prima, si pose l’altro mio piede sopra la testa, studiandosi a darmi tutte le immaginabili dimostrazioni di suggezione, servitù e sommessione, e a farmi capire che avrebbe voluto servirmi per tutta l’intera sua vita. In molte cose io lo intesi, nè trascurai dal canto mio alcun modo perché comprendesse come fossi contento dell’acquisto che avea fatto in lui.

In poco tempo cominciai a parlare con esso e ad insegnargli a parlare con me, e per prima cosa gli lasciai conoscere che il suo nome sarebbe Venerdì, poiché correndo un venerdì quando gli salvai la vita, volli che il suo nome proprio ne fosse il ricordo. Gl’insegnai pure a dire padrone, gli dichiarai il nome con cui mi chiamava io; lo addestrai a profferire sì e no, e ad intendere la forza di questi monosillabi. Versatogli una certa quantità di latte entro una scodella di terra, mi feci prima vedere a berne io e v’intinsi del pane; poi data che gli ebbi una focaccia seguì il mio esempio, e così inzuppata se la mangiò tutta additandomi che la trovava una buonissima cosa.

Rimasto con lui tutta quella notte, appena fu giorno, gl’intimai di seguirmi facendogli comprendere che gli avrei dati panni per coprirsi, di che parve allegrarsi grandemente, perché era ignudo come il Signore lo aveva fatto. Arrivati al luogo ove furono sepolti quei due selvaggi il dì innanzi, fu egli il primo ad indicarmene il sito e a mostrarmi certi segnali da lui fatti per riconoscerlo, prontissimo, secondo i cenni che mi fece, a disotterrare i due sepolti e a mangiarseli. A tale proposta mostratomi in collera non so dir quanto, gli espressi l’orrore destatosi in me col far come se mi si movesse il vomito all’idea sola di ciò, poi con la mano gl’intimai di procedere innanzi; nel che mi obbedì tosto con la massima sommessione. Lo condussi indi su la cima del monte perché vedesse se i suoi nemici erano andati; qui tratto fuori il mio cannocchiale mi diedi a guardare ancor io, e ravvisai pienamente il luogo ov’erano stati il dì prima i selvaggi, ma non rimaneva più il menomo vestigio di essi o delle loro piroghe, donde appariva pienamente che fossero partiti lasciandosi addietro i due loro compagni, e senza curarsi punto di venirli a cercare.

Ma non contento a questa ragionevole congettura, ed essendomi ora cresciuto il coraggio e per conseguenza la curiosità, presi meco il mio Venerdì, cui posi nelle mani la mia sciabola e agli omeri l’arco e le frecce (nel trattar le quali armi lo trovai in appresso destrissimo), ed in oltre gli feci portare un moschetto per me e due altri ne presi io medesimo; poi ci avviammo al luogo ove quegli sciagurati gozzovigliarono, perché era mia mente ora il procacciarmi più minuti ragguagli intorno a loro. Arrivato colà, tutto il sangue mi si gelò nelle vene, e il cuore mi si aggruppo all’orrore della vista che si offerse al mio sguardo. Coperto per ogni dove d’ossa umane era quel campo; il terreno imbevuto di sangue; sparso qua e la di grossi pezzi di carne umana, quali arrostiti, quali abbrustoliti, per metà mangiati, per metà masticati: vidi in somma tutti i segnali del fero pasto che coloro aveano fatto quivi dopo una vittoria riportata su i loro nemici: tre teschi, cinque mani, le ossa di tre o quattro gambe e piedi e brani in copia di corpi squartati, intorno a che Venerdì m’informò per cenno, come quattro fossero stati i prigionieri condotti quivi, tre de’ quali mangiati, eccetto lui, e qui accennava sè stesso, che senza di me sarebbe stato il quarto; come fosse avvenuta una grande battaglia tra coloro che poi rimasero vincitori, ed un re vicino di cui parea che Venerdì fosse suddito; come essendo stato fatto grande numero di prigionieri, quelli che se ne impadronirono li conducessero a mano a mano in diversi luoghi per fame banchetto, siccome accadde ai tre più sgraziati dei quattro condotti lì il giorno innanzi.

Ordinai allora a Venerdì che raccogliesse tutti que’ crani, ossami e pezzi di carne, nè facesse un gran mucchio e accendesse un gran fuoco sovr’esso da mantenervisi finché fossero ridotti in cenere. Mi accôrsi come la gola di Venerdì morisse dietro a que’ pezzi di carne, perché la natura di cannibale gli rimanea tuttavia. Ma io gli mostrai tanto orrore al solo pensiero di questo atto, ch’egli non si ardì punto di palesare il suo desiderio. ché io avea trovato modo di fargli intendere, ch’io l’ucciderei se lo vedessi tentare un’azione così fatta.

Dopo ciò tornai alla mia fortezza, ove mi posi a lavorare per lui; e prima di tutto gli diedi un paio di brache tolte fuori dalla cassa del povero cannoniere, che è stata altrove notata fra le suppellettili del vascello naufragato: poco ci volle perché gli andassero bene. Appresso gli feci (per quanta mi permise la mia abilità, che allora era divenuto un tollerabile sartore) una casacca di pelle di capra, oltre ad un berrettone di pelle di lepre che gli era assai adatto alla testa e sufficientemente elegante. Così per allora si trovò vestito che non c’era male, e pareva insuperbirsi d’essere presso a poco abbigliato come il suo padrone. Egli è vero che su le prime stava assai male entro a’ suoi panni: il portar le brache non gli conferiva gran che, e le maniche della casacca gli davano fastidio alle spalle e alle ascelle; ma coll’allentarle un poco ove si dolea che gli faceano male e coll’uso si assuefece a tutte queste cose assai bene.

Visitata indi la mia stanza da letto, cominciai a pensare ove lo avrei allogato; e per fare tutto il meglio che poteva a suo pro senza mio incomodo, gli formai una picciola capanna nel vano fra le mie due fortificazioni, al di dentro dell’interna, al di fuori dell’esterna.

E poiché quivi era un ingresso alla mia grotta, lavorai un uscio di tavole collocandolo in quell’andito un po’ in dentro; il quale aprivasi dalla parte interna e lo teneva sbarrato tutta la notte, tirandomi anche la mia scala: per tal modo Venerdì non poteva penetrare oltre la cinta del mio primo muro senza far tanto strepito, che non mi avesse svegliato. Questa mia interna circonvallazione aveva ora una perfetta soffitta formata di lunghi pali, da cui tutta la mia tenda era coperta. Andando questa ad appoggiarsi alla spalla del monte era attraversata da rami che teneano luogo di assicelle intrecciate di paglie di riso, forti come le canne palustri. Circa poi a quell’apertura per dove si entrava e donde si usciva mediante la scala a mano, io aveva posto una specie di porta a trabocchetto, affinché chi avesse tentato aprirla dal di fuori, fosse invece caduto giù facendo grande fracasso: quanta alle armi io le ritirava tutte dalla mia banda durante la notte.

Per altro non tardai ad accorgermi che di tante cautele io non aveva bisogno, perché uomo al mondo non ebbe un servo più fedele, amoroso e leale di quanta fu per me Venerdì. Disinteressato, docile, incapace di macchinazioni, tutto dedito a me, comportavasi meco come figliuolo con padre; e ardisco dire che in qualunque occasione avrebbe messo la sua vita per salvare la mia, della qual devozione mi diede tante testimonianze, che postomi fuor d’ogni sospetto, non tardai a persuadermi come fosse inutile ogni guarentigia che rispetto a lui io cercassi alla mia sicurezza.

Ciò mi diede spesse volte cagione di fare, non senza grande mia meraviglia, una osservazione: vale a dire, che se bene fosse piaciuto a Dio nella sua provvidenza e nel governo delle opere di sua mano il lasciar tanta parte di sue creature incapaci di far quel buon uso del proprio intelletto cui le prerogative delle anime loro erano acconce, pure avea compartite anche a queste le medesime facoltà, le stesse affezioni, i medesimi sentimenti d’amorevolezza; come pure uguali passioni nel risentirsi delle ingiurie, ugual senso di gratitudine, di sincerità, di fedeltà, tutta in somma quell’attitudine per fare il bene e comprendere il bene ricevuto, delle quali ci aveva fornito; in guisa che quando gli piace offrire anche a questi occasioni di adoperare tali facoltà sono pronti, anzi più pronti di noi nell’applicarle a retto uso. Ciò mi rendea talvolta grandemente malinconico quando mi si dava il caso di pensare al poco buon uso che di questa capacità facciamo noi illuminati dalla grande fiaccola d’ogni sapere, dallo spirito del Signore e dalla conoscenza delle sue parole aggiunta al nostro intelletto; nè sapeva comprendere perché Dio avesse tenuta celata questa salutare conoscenza a tanti milioni d’uomini, i quali, se devo giudicarlo da quel selvaggio, ne avrebbero tratto miglior frutto che noi non facciamo.

Queste considerazioni, lo confesso, mi portavano talora troppo lontano, perché il mio discutere su la sovrana Provvidenza, era quasi un accusarne la giustizia distributiva che, nascondendo la luce ad alcuni e rivelandola ad altri, richiedeva gli stessi doveri dai secondi e dai primi; ma presto imponeva silenzio ai miei audaci pensieri concludendo così: «Primieramente non sappiamo qual luce abbia data ai secondi, nè in forza di qual legge vengano condannati; e poiché Dio è necessariamente e per essenza infinitamente santo e giusto, non potrebbe spiegarsi un decreto che gli allontanasse eternamente dalla sua presenza, se non si ammettesse aver essi peccato contro a quella luce che, come dice la Scrittura, doveva essere una legge per essi e a quelle regole per cui le coscienze loro dovevano conoscere il giusto senza la divina rivelazione. In secondo luogo ci vediam ridotti al silenzio, ove pensiamo che essendo tutti noi creta nelle mani dal vasaio, niun vaso ha il diritto di chiedergli: Perché mi hai formato così?» Ma torniamo al mio nuovo compagno. »