Giacomo Leopardi

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Il conte Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli -1837) fu uno dei maggiori letterati italiani, si occupò di poesia, scrittura erudita e filosofia. La breve durata della sua vita fu caratterizzata da un perenne spirito pessimista ed un completo distacco e rifiuto della vita.

Indice

[modifica] Breve biografia

Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, una cittadella della provincia di Macerata. Le nobili origini dei genitori (il conte Monaldo e la marchesa Adelaide Antici) non sono sufficienti a garantire alla famiglia una vita agiata, poiché la sprovveduta gestione delle finanze da parte del padre porta i Leopardi sull’orlo del fallimento; soltanto il passaggio dell'amministrazione dei beni alla madre, una donna dura e spietata, fa in modo che la situazione economica della famiglia ritorni a condizioni dignitose. Ovviamente il prezzo da pagare furono molte ed umilianti ristrettezze per i figli.

[modifica] La prima formazione culturale

L’istruzione dei tre fratelli maggiori viene affidata a precettori casalinghi, ecclesiastici con ideali di comune accordo al classicismo di Monaldo e alle esigenze religiose della madre bigotta. All’età di dieci anni Giacomo è in grado di scrivere componimenti in italiano ed in latino, nonché piccole trattazioni filosofiche. Decisamente fondamentale per la crescita culturale del giovane Leopardi però risulta essere non tanto l’insegnamento dei precettori quanto la disponibilità della ricchissima biblioteca paterna, che poteva vantare circa quindicimila volumi, che partivano dai testi classici e religiosi passando ai testi letterari italiani e stranieri,comprendendo anche i principali autori dell’ Illuminismo francese.

[modifica] «Sette anni di studio matto e disperatissimo» [1]

Con queste parole, il Leopardi identifica il periodo della sua vita che intercorre tra il 1809 e il 1816; in questi anni egli aumenta a dismisura la vastità del suo sapere, dedicandosi giorno e notte allo studio finché il fisico lo permetteva. Passato questo periodo il Leopardi raggiungerà un regresso delle proprie condizioni fisiche e di salute che non supererà più per il resto della sua vita.

[modifica] I mutamenti di pensiero tra il 1816 e il 1822

[modifica] La conversione letteraria

Attorno al 1816 avviene un radicale cambiamento nel pensiero del Leopardi: quella che egli stesso definisce come «conversione letteraria»[2] altro non è che una riconsiderazione della scrittura poetica, l’amore per la quale si sostituisce a quello per l’erudizione che ha caratterizzato l’arte compositiva leopardiana fino a questo momento. Accanto a questa improvvisa consapevolezza di valori della poesia entra in crisi l’intero equilibrio esistenziale del giovane Giacomo; egli infatti comincia a percepire la ristrettezza culturale e l’insufficienza affettiva dell’ambiente famigliare che lo circonda a Recanati.

L’anno successivo, è per Leopardi ricco di avvenimenti importanti, è nel febbraio del 1817 che inizia la corrispondenza con Pietro Giordani, un’illustre classicista che avendo letto le traduzioni dell’Eneide fatte da Giacomo ne aveva riconosciuto il talento e lo incoraggiava al raggiungimento di quell’affermazione individuale che già arieggiava nella mente del Leopardi. Giordani diviene così grande amico e confidente del giovane poeta, l’unico al quale egli svela, sapendo di essere compreso, i suoi stati d’animo.

Nel dicembre dello stesso anno un altro avvenimento sconvolge in parte la vita del Leopardi. Giunge a Recanati in visita per qualche giorno la cugina del padre Monaldo, Gertrude Cassi Lazzari, per la quale più avanti Giacomo dichiarerà di aver provato il primo amore della sua vita. Avviene a questo punto una rottura interiore del poeta con la formazione cattolica e reazionaria impostagli dalla famiglia, e si crea una sempre maggior insofferenza nei confronti delle mura domestiche. Il culmine è raggiunto nel luglio del 1819 quando, con l’aiuto del conte Saverio Broglio d’Ajano, un amico di famiglia, Giacomo tenta di procurarsi un passaporto falso per il w:Regno_Lombardo-Veneto Lombardo-Veneto; scoperto dal padre però è costretto a rinunciare alla fuga. A questo punto il livello di abbattimento del Leopardi diviene ancora più profondo.

[modifica] La conversione filosofica

Il distacco da tutto ciò che gli era stato imposto nell’infanzia, permette al Leopardi tra il 1819 e il 1822 di raggiungere la maturazione di una nuova ideologia e di una diversa sensibilità verso l’esistenza; se dal punto di vista poetico egli passa da un apprezzamento del bello in senso arcaico a quello del bello inteso nella maniera neoclassica, filosoficamente si osserva una adesione sempre maggiore ad una concezione materialistica ed atea. Inoltre è importante il riconoscimento che il Leopardi dà alla poesia sentimentale: l’unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. Proprio nel luglio del 1820 vengono poste le basi della concezione filosofica leopardiana che sarà in seguito definita Teoria del piacere.

[modifica] Leopardi al di fuori di Recanati

[modifica] Roma

Nel novembre del 1822, finalmente Giacomo ottiene il benestare dei genitori per andarsene da Recanati, si stabilisce dunque a Roma ospite del fratello della madre: Carlo Antici. Ma la capitale delude il giovane poeta, che vede i tanto osannati monumenti della latinità lasciarlo indifferente, i letterati attenti soltanto ad una modesta passione per l’erudizione e per gli scritti antichi e la città che egli si era idealizzato nella mente in un’immagine che era l’espressione di ciò che è bello, in realtà essere squallida e semplice. Così dopo appena cinque mesi di assenza Giacomo torna a Recanati, dove rimarrà fino al 1825, immerso in un periodo di elaborazione poetica e filosofica. Il materialismo rigoroso e disincantato a cui giunge, porta il Leopardi ad una posizione di ostinato pessimismo. A questo secondo periodo recanatese risalgono gran parte delle [[w:operette_morali|Operette morali], dicendo momentaneamente addio alla scrittura in versi con la canzone: Alla sua donna. Attraverso le Operette morali il Leopardi critica con ironia pungente l’ideologia positivista del suo tempo.

[modifica] Tra Milano e Bologna

Nel luglio del 1825 Leopardi si trasferisce nuovamente, diretto a Milano, dove stipula un contratto con l’editore Stella che lo impegna in alcuni progetti editoriali (tra cui un commento al Canzoniere petrarchesco e due antologie della letteratura italiana); fallisce però ogni tentativo di trovare un’occupazione stabile, o per via delle idee politiche del poeta o per suoi rifiuti a diversi tipi di benefici che gli si volevano attribuire. In questo periodo il Leopardi si mantiene grazie all’attività presso Stella e ad alcune lezioni private. La permanenza a Milano è interrotta da lunghi periodi passati a Bologna, dove l’ambiente era di certo più salutare rispetto a quello della città lombarda e dove l’interesse letterario non era fossilizzato attorno all’attività del Monti. A Bologna Giacomo frequenta il Giordani, suo vecchio amico e si innamora, senza però essere ricambiato, della contessa Teresa Carniani Malvezzi. Inoltre è con l’Epistola dedicata al conte bolognese Carlo Pepoli che interrompe eccezionalmente il silenzio poetico.

[modifica] Firenze

Dopo aver trascorso l’inverno del 1825 nella casa di famiglia a Recanati, Leopardi si sposta nuovamente in cerca di un clima più mite, questa volta con destinazione Firenze, qui conosce vari letterati che frequentano il salotto Vieusseux, al quale presenzia egli stesso a partire appunto dall’estate del 1826. Ma l’ambiente fiorentino è poco compatibile con i pensieri leopardiani sia dal punto di vista ideologico, essendo tendenzialmente una città cattolico-moderata, sia da quello artistico (infatti egli è un antiromantico).

[modifica] Pisa

Verso la fine del 1827, sempre alla ricerca di località con il clima più mite per passare l’inverno, Leopardi si trasferisce a Pisa. Ha così inizio un periodo rasserenato per il poeta, che trova la città ospitale e ridente; forse proprio questo buonumore è alla base del ritorno alla scrittura poetica, infatti nell’aprile del 1828, dopo circa cinque anni di silenzio poetico, scrive Il risorgimento e poco dopo il canto A Silvia; dando inizio alla stagione che viene definita del ciclo pisano-recanatese o anche dei grandi idilli.

Purtroppo dopo un breve ritorno a Firenze per trascorrere l’estate, Leopardi è costretto a tornare a Recanati, poiché il contratto con lo Stella è stato sciolto per l’aggravarsi dei suoi problemi alla vista e dunque il poeta non ha più la possibilità di mantenersi.

[modifica] Di nuovo a Firenze

A partire dal novembre del 1828 per i sedici mesi successivi Giacomo vive in uno stato di insopportabile depressione nella casa dove ha passato come in una prigione tutta l’infanzia, però questo è anche un periodo di grande produzione poetica, compone infatti altri quattro grandi canti, sperando di vincere con le Operette morali il premio messo in palio dall’Accademia della Crusca, purtroppo viene preferita la Storia d’Italia di Botta. Intervengono allora gli amici toscani del Leopardi, che raccolgono per lui una somma sufficiente per vivere un anno a Firenze; egli accetta lasciando Recanati per non tornarvi mai più nell’aprile del 1830. Nell’ambiente fiorentino Giacomo rivede i vecchi amici e se ne trova di nuovi, tra i quali l’illustre filologo svizzero Luigi De Sinner, e l’esule scrittore napoletano Antonio Ranieri. In questo periodo conosce anche l’affascinante Fanny Targioni Tozzetti, della quale si innamora e alla quale dedica una serie di componimenti raccolti nel Ciclo di Aspasia. Nel 1831 esce la prima edizione curata dei Canti, che Leopardi dedica «agli amici suoi di Toscana»[3] . A cavallo tra il 1831 e il 1832 passa insieme a Ranieri alcuni mesi a Roma; tornato a Firenze termina e consegna lo Zibaldone, giunto ormai a quasi cinquemila pagine.

[modifica] Il soggiorno a Napoli e la morte

Nell’ottobre del 1833, insieme a Ranieri, Leopardi si trasferisce a Napoli, sperando di trovare ristoro nel clima mite della città; ma le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente. In questo periodo della sua vita, il poeta si interessa particolarmente alla vita culturale contemporanea, però il tempo passato a Firenze e ora quello passato a Napoli (città tendenzialmente spiritualistica) fanno in modo che si rafforzi sempre più la sua ostilità nei confronti dell’ideologia borghese, in particolare Leopardi è molto critico verso il mito del progresso e la fiducia nelle scienze diffusi largamente in questo periodo. Fallisce intanto il progetto di pubblicare un’edizione completa delle sue opere per via della censura che sequestra i primi volumi editi. Nel 1836 a Napoli scoppia un’epidemia di colera, allora per evitare il contagio, Leopardi, Ranieri e la sorella Paolina si trasferiscono a Torre del Greco, presso la villa Ferrigni; qui, sofferente, il poeta compone gli ultimi due canti: Il tramonto della luna e La ginestra. Nel febbraio del 1837 è possibile il ritorno a Napoli, ma in seguito ad un forte peggioramento delle sue condizioni di salute, Giacomo Leopardi il 14 giugno 1837 muore. Soltanto grazie alle pressioni fatte da Ranieri presso alcune figure importanti dell'epoca, la salma dell’illustre letterato non viene gettata in una fossa comune (come d’abitudine in seguito ad un’epidemia) ma deposta nell’atrio della chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Verrà poi spostata nel 1839 nel Parco Vergiliano a Piedigrotta e la tomba sarà dichiarata monumento nazionale.

[modifica] Le opere

[modifica] Le opere in prosa

Nella sua vita Giacomo Leopardi si è dedicato ampliamente alla stesura di scritti prosastici, partendo dagli alcuni di tipo erudito, a quelli filosofici, filologici o semplicemente per piacere personale, come nel caso delle lettere: 931 testi dai vari destinatari che compongono l'epistolario leopardiano. Principalmente sono indirizzate a tre figure importanti per l’autore: il padre (si tratta di testi in cui è evidente il difficile rapporto che sempre ci fu tra Monaldo e il figlio, la differenza ideologica tra i due, Leopardi scrive infatti al padre considerandolo un punto di riferimento ma al tempo stesso il referente delle proprie rivendicazioni esistenziali); i fratelli Carlo e Paolina (nei quali Giacomo cerca per tutta la vita una complicità che in nessun altro riesce a trovare, soprattutto nella sorella, alla quale racconta i periodi in cui si trova lontano da Recanati, immancabilmente con una buona dose di idealizzazione della propria vita quotidiana); Pietro Giordani, l’amico d’infanzia (nel quale il poeta trova un importante punto di riferimento pubblico). Importanti anche se meno umanamente sentite sono le lettere che occasionalmente Leopardi ha scritto ad altri letterati del tempo, quali Monti, Vieusseux, Bunsen e De Sinner.

Ecco di seguito l'elenco completo delle opere in prosa Leopardiane poste in ordine cronologico di composizione:

  • Storia dell'astronomia, del 1813;
  • Discorso sopra la vita e le opere di Frantone, del 1813;
  • Porphyri de vita Plotini et ordine librorum ejus, del 1814;
  • Commentarii de vita et scriptis rhetorum quorundam qui secundo post Christum saeculo vel primo declinante vixerunt, del 1814;
  • Orazione agli italiani in occasione della liberazione del Piceno, del 1815;
  • Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, del 1815;
  • Diario del primo amore, del 1817;
  • Zibaldone di pensieri, iniziato nel 1832;
  • Operette morali, scritte tra il 1824 e il 1834;

[modifica] Lo Zibaldone di pensieri

Lo Zibaldone leopardiano è una specie di diario intellettuale, una raccolta di appunti su letture, di vicende personali e impressioni dirette, di riflessioni di studio e di pensieri di carattere tecnico-linguistici; il tutto messo insieme in modo disomogeneo e casuale. Questo disordine è giustificato dal fatto che l’autore non ha mai pensato allo Zibaldone come un’opera che dovesse essere pubblicata, ma soltanto ad un mezzo per fissare i suoi ricordi. Alla fine della compilazione ( 4 dicembre 1832), lo Zibaldone giunge a contare 4526 pagine (tutte datate a partire dalla pagina 100). La distribuzione delle annotazioni durante gli anni appare irregolare: numerosi sono gli appunti scritti tra il 1821 e il 1823, mentre relativamente pochi risalgono agli anni successivi. Dopo la morte del Leopardi il malloppo di ricordi resta affidato a Ranieri per cinquanta anni, soltanto tra il 1898 e il 1900, a cura di Carducci, viene pubblicato.

[modifica] Le Operette morali

  1. Storia del genere umano
  2. Dialogo di w:Ercole e Atlante
  3. Dialogo della Moda e della Morte
  4. Proposta di premi fatta all’Accademia dei Sillografi
  5. Dialogo di un folletto e di uno gnomo
  6. Dialogo di Malambruno e di Farfarello
  7. Dialogo della Natura e di un'anima
  8. Dialogo della Terra e della Luna
  9. La scommessa di Prometeo
  10. Dialogo di un fisico e di un metafisico
  11. Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare
  12. Dialogo della Natura e di un Islandese
  13. Il Parini, ovvero della gloria
  14. Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie
  15. Detti memorabili di Filippo Ottonieri
  16. Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez
  17. Elogio degli uccelli
  18. Cantico del gallo silvestre
  19. Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco
  20. Dialogo ti Timandro e Eleandro
  21. Il Copernico, dialogo
  22. Dialogo di Plotino e di Porfirio
  23. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere
  24. Dialogo di Tristano e di un amico

Il 1824 l’anno effettivo della produzione di gran parte delle Operette morali. Si tratta di ventiquattro prose di argomento filosofico, di taglio satirico, in forma o di narrazione o di discorso o di dialogo. La prima edizione esce a Milano nel giugno del 1827 (soltanto con venti testi), una seconda ed una terza versione accresciute escono rispettivamente a Firenze nel 1834 e a Napoli nel 1835. L’edizione definitiva però è postuma alla morte dell’autore, esce infatti a cura di Ranieri. Attraverso le Operette morali il Leopardi vuol dare una sua descrizione della vita dimostrando che essa è ignobile e misera.

[modifica] Le opere in versi

[modifica] La prima fase della poesia leopardiana: le canzoni e gli idilli

Anche se il Leopardi già dal 1816 si è avviato alla scrittura poetica con componimenti quali l’idillio Le rimembranze o i Sonetti in persona di Ser pecora fiorentino beccaio (del 1817), si può considerare iniziato il suo periodo di genio poetico a partire dal 1818, anno in cui scrive le canzoni civili: All’Italia e Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze; rispettivamente in onore dei giovani italiani morti nelle guerre napoleoniche (e associati ai greci morti alle Termopili) e in elogio ai tempi eroici in cui visse Dante e alla sua passione civile. Segue la canzone: Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica, che insiste sul contrasto tra la grandezza degli antichi e la degenerazione dei contemporanei; tema che ricorre anche nelle successive due canzoni: Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone.infine troviamo il Bruto minore, Alla Primavera, o delle favole antiche, L’ultimo canto di Saffo e l’Inno ai Patriarchi, che toccano il tema della felicità primitiva e originaria dell’uomo. Negli idilli il Leopardi sperimenta una poesia più modernamente lirica, di tipo sentimentale. Si tratta di cinque testi che il poeta stesso definirà: «situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo» [4] ; hanno infatti un forte senso soggettivo ed esistenziale diversamente dalle canzoni civili. Il primo amore e Il passero solitario sono altri due componimenti che hanno la funzione di cerniera tra le canzoni e i cinque idilli, che nell’ordine di composizione sono: L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno e La vita solitaria. La soggettività contenuta in questi testi non impedisce che essi abbiano anche un orientamento riflessivo e perfino filosofico. Termina a questo punto (nel 1822) la prima fase della poesia del Leopardi iniziata nel 1818.

[modifica] La seconda fase della poesia leopardiana: i canti pisano-recanatesi

Con il 1828 si assiste all’inizio della seconda fase poetica. Infatti nella primavera dello stesso anno il Leopardi scrive Il risorgimento e w:a_Silvia A Silvia, a cui seguiranno altri grandi testi: Le ricordanze, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Questa serie di componimenti non è in nessun caso collegabile ai passati idilli (ecco perché è da rifiutare la definizione Grandi idilli che spesso viene utilizzata); in questa nuova forma espressiva l’autore trova un diverso punto d’incontro tra l’aspetto descrittivo emozionale e il carattere filosofico argomentativo.


[modifica] La terza fase della poesia leopardiana

Tra il 1831 e il 1837 si può individuare la terza fase della poesia leopardiana. La trasformazione che riguarda sia i temi che i mezzi espressivi nei testi appartenenti a questo gruppo fa in modo che essi siano unici, cioè che in essi possa dirsi completamente realizzata l’arte poetica del Leopardi: sia che parli d’amore o che si scagli contro i miti del progresso e della scienza, tutto viene ora rappresentato nel vivo di un’esperienza coinvolgente. Alla terza fase poetica appartiene innanzitutto il Ciclo di Aspasia, soprannome che l’autore dà all’amata Fanny Targioni Tozzetti, a cui è appunto dedicata la raccolta; il tema dell’amore è al centro dell’innovazione della nuova poetica leopardiana; ne fanno parte i testi: Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia. Da tutto il gruppo di testi nasce un’originale rappresentazione dell’amore: al di fuori della tradizione lirica del petrarchismo e svincolata dagli aggiornamenti radicali posti dal Tasso e dalla recente letteratura romantica. Sempre alla terza fase poetica appartengono le due canzoni sepolcrali del Leopardi composte tra il 1834 e il 1835: Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, dove una giovane donna è rappresentata in atto di partorire, accomiatandosi dai suoi, testo che si interroga sul senso della morte, il poeta non sa se sia meglio vivere o morire, presente un’altra volta la critica alla natura crudele che impedisce all’uomo di raggiungere la felicità nella vita; e Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima, che analizza il contrasto tra la bellezza della statua della donna con la sua condizione umana, essa è morta: la natura corporea dell’uomo ne mortifica sempre ed in ogni caso le più nobili aspirazioni, svelando il debole fondamento della vita. Chiudono definitivamente la stagione poetica leopardiana alcuni testi scritti nell’ultimo periodo a Napoli: i Paralipomeni della Batracomiomachia, I nuovi credenti, la Palinodia al Marchese Gino Capponi, Il tramonto della luna e La ginestra; proprio quest’ultima opera lascia un messaggio conclusivo del Leopardi, egli infatti in questi 317 versi affronta un discorso sul senso e il destino dell’uomo, nonché una discussione vivace con le posizioni ideologiche dominanti, fino ad avanzare una sua personale proposta sociale fondata sull’alleanza tra gli uomini e su un modello equo e solidale di società.

[modifica] Leopardi e la filosofia

Il sistema filosofico leopardiano inizia ad essere preso in considerazione come valido soltanto nella seconda metà del Novecento, dopo la seconda guerra mondiale, questo perché il radicale pessimismo e la sfiducia nel progresso dello scrittore non erano compatibili con il Positivismo ottocentesco e con l’idealismo romantico e del primo Novecento. Il sistema filosofico del Leopardi è spesso definito privo di sistematicità (ecco un altro dei motivi per cui non fu subito accettato), ma ciò non significa che esso non è sistematico, ma soltanto aperto, non si svolge partendo dalle classiche procedure dell’indagine filosofica. Il vero che viene indagato da Leopardi è il vero esistenziale dell’io ed è il vero sociale dei molti; va perciò testato al cospetto della propria esperienza e della molteplicità delle esperienze umane. Nella riflessione filosofica leopardiana si può distinguere almeno nei primi anni l’influenza di Rousseau. Il nodo sistematico che il poeta filosofo affronta fin da subito è L’infelicità del genere umano. Si tratta di un’evoluzione di pensiero spesso radicale, inizialmente l’infelicità non dipende dalla natura, perché essa era benefica e positiva in quanto produceva solide e generose illusioni che rendevano accettabile all’uomo la vita. L’uomo non era destinato ad essere felice sulla terra, ma le illusioni gli permettevano di non rendersene conto e di pensare di essere spesso sul punto di raggiungerla. Purtroppo la civiltà ha distrutto le illusioni e reso l’uomo consapevolmente infelice.

[modifica] Il pessimismo storico

Dunque secondo il Leopardi, l’infelicità umana altro non è che un dato storico: gli antichi erano in grado di crearsi grandi illusioni mentre i moderni hanno perso questa capacità; questo modo di considerare l’infelicità come il frutto di una condizione storica è detto appunto: pessimismo storico. Tuttavia in questa fase di elaborazione del suo pensiero, il poeta ritiene possibile recuperare le grandi illusioni del passato, attraverso l’azione e l’eroismo, e soprattutto attraverso il disprezzo della vita in nome di una sfida al destino. Questa speranza che permane nell’anima del Leopardi nei primi tempi tende a diminuire fino a scomparire dal 1819 in poi, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari carbonari comincia a dissolversi la fiducia nel valore liberatorio dell’impegno civile; si aggiunge a peggiorare le cose, la prima esperienza romana del poeta, che rimane deluso dal mondo che trova al di fuori di Recanati.

Tra il 1819 e il 1823 Leopardi acquisisce un punto di vista materialistico, respinge l’esistenza di ogni forma di elementi spirituali; la causa dell’infelicità cambia: essa nasce dal rapporto tra il bisogno di essere felice dell’uomo e la possibilità di un suo soddisfacimento pieno. Ecco allora che nasce la Teoria del piacere di Leopardi: l’uomo aspira al piacere, ma il piacere che può raggiungere è sempre inferiore a quello ambito; il desiderio umano è illimitato. Queste riflessioni lo portano a un ripensamento sul ruolo della natura: se prima era del tutto estranea alle responsabilità dell’infelicità degli uomini, ora ne è responsabile per intero, poiché è essa a determinare la tendenza umana al piacere e infonde il bisogno del piacere senza poterlo soddisfare.

[modifica] Il pessimismo cosmico

Nel momento in cui divengono le condizioni esistenziali dell’uomo (e non più quelle storiche) le dirette responsabili dell’infelicità si inizia a parlare di pessimismo cosmico: la vita stessa, nella sua universale organizzazione è orientata unicamente alla perpetuazione dell’esistenza. La portata di questa visione già estrema si allarga ulteriormente con la scoperta da parte del Leopardi del pessimismo antico che mise in crisi il mito dell’antichità felice fatta tutta di azione, illusioni e poesia, come riassumerà in seguito Timpanaro. Tra il 1823 e il 1827, la riflessione leopardiana trova un approdo provvisorio in una specie di saggezza distaccata e scettica ispirata al pensiero ellenistico antico; Leopardi rinuncia alla poetica e attraverso le Operette morali espone le proprie idee colpendo con il sarcasmo le illusioni dei suoi contemporanei. Tutto ciò è conseguenza della ricerca ancora in atto di un giudizio da dare alla civiltà. In questi anni Leopardi giunge ad elaborare uno sviluppo ulteriore e sostanzialmente definitivo del suo pensiero, torna in primo piano l’esigenza dell’impegno civile e nasce la proposta di una nuova funzione intellettuale.

Da questo punto in avanti Leopardi sostiene l’importanza del momento sociale dell’esperienza umana; ciò gli consente di rispondere ad una questione che da tempo lo assilla, il suicidio. Il poeta conclude che suicidarsi è una viltà e un errore poiché porta il dolore dei superstiti rendendo loro ancora più insopportabile la vita. Gli esseri umani devono invece sforzarsi di sorreggersi l’un l’altro, creando così la possibilità di ricostruire una morale fondata sulla fraternità sociale.

[modifica] note

  1. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri.
  2. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri.
  3. Giacomo Leopardi, Canti, Firenze: 1831.
  4. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri.

[modifica] Bibliografia

  • I grandi personaggi. Enciclopedia Atlantica junior, Milano: European book, 1989, s. v. Giacomo Leopardi, vol. 6, pp. 152-159.
  • LEOPARDI GIACOMO, Canti, Firenze: 1831, dedica.
  • LEOPARDI GIACOMO, Zibaldone di pensieri, edizione critica a cura di G. Pacella, Milano: Garzanti 1991, vol. 3.
  • LUPERINI ROMANO, CATALDI PIETRO, MARCHINI LIDIA, MARCHESE FRANCO, Dal Barocco al Romanticismo, in La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, Palermo: G. B. Palumbo, 2000, vol. 2, tomo III, pp. 427-510.
  • TIMPANARO SEBASTIANO, La filologia di Giacomo Leopardi, Roma-Bari: Laterza, 1997.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

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